ANNI F.1 - Italiano in Ferrari
Quel mondiale solo sfiorato
di Cesare Maria Mannucci (AutoSprint)

Dicono che poco prima della morte, una persona riveda in pochi secondi, come al rallentatore, tutti i momenti principali della vita. Chissà cosa avrà visto Michele Alboreto, mentre la sua Audi si schiantava ? Forse il giorno del suo debutto in F.1 a Imola, con una Tyrrell gommata Avon e subito competitiva nelle sue mani. O il primo incontro con Enzo Ferrari, quando ancora era un giovane pilota di F.3. Forse si sarà ricordato la grande estate del 1983, quando vincendo a Detroit ottenne l'ultimo successo nella storia del motore Cosworth DFV e subito dopo dovette fare la scelta più complicata e decisiva della sua carriera: Ferrari o McLaren ?
Passano in fretta le immagini, quando la vita ti sfugge di mano. La prima gara con la Ferrari a Rio, e i primi 30 giri condotti al comando, prestazione eccezionale la sua, perchè al debutto con un motore turbo, in un team ormai da troppo tempo tabù per gli italiani. Il successo con la Ferrari a Zolder e le telefonate al Drake. I pomeriggi passati nella foresteria di Maranello, raccontando a un Enzo Ferrari ancora cosciente, operativo, e sempre curioso, i mille "gossip" sul mondo della F.1, bevendo Nocino, non preoccupandosi più di tento, se i test a Fiorano ricominciavano in ritardo.
Non è sbagliato dire che Alboreto è stato l'ultimo pilota a vivere l'atsmofera che ha caratterizzato la Ferrari per quasi 40 anni. Prima che i burocrati di Torino invadessero Maranello, prima che gli stranieri-team manager e direttori tecnici snaturassero la più bella invenzione prodotta dall'industria italiana del 900. In quell'ambiente, un misto fra Bisanzio e festa paesana, Michele imparò in fretta a muoversi. Partecipò alla "congiura" per fare fuori Forghieri, giorno dopo giorno, dimostrava, in pista e fuori, di avere carisma e talento per essere il leader di una Ferrari che sotto la guida di Marco Piccinini, passava dalla fase artigianale-familiare a quella di grande industria.
Non prendeva lo stipendio di Schummy, non parlama come se fosse il Papa, ma per 4 anni è stato la Ferrari. Almeno sino all'arrivo di Barnard, che di fatto segnò la fine del suo periodo a Maranello. Le cifre parlano di 194 Gp disputati, 5 vittorie, 2 pole. Numeri ingannevoli, che non rendono giustizia al suo immenso talento. Nel '85 sfiorò la vittoria al mondiale, perdendolo per una serie di guai al motore, nell'ultima parte di stagione, dopo l'ennesima lite tra Maranello e un fornitore di componenti tecnici, che oslo in seguito si seppe, coinvolto con la Porsche, che allora forniva il motore a Prost e alla McLaren. Per quasi 10 anni, è stato tra i piloti di riferimento di una F.1 con campioni come Piquet e Prost, Senna e Mansell. Dove i costruttori, come adesso, si sfidavano in prima persona, ma con motori di 1200cv, effetto suolo estremizzato e con l'utilizzo di materiali compositi ancora in fase sperimentale. Quando i circuiti non erano un concentrato di chicane, Imola aveva il Tamburello e la Tosa, Silverstone la curba Club e la Stowe, il Paul Richard il rettilineo del Mistral e la curva di Signe, Brands HAtch i suoi mille saliscendi, Kyalami le sue curve pericolosissime. In altre parole la F.1 non era il wrestling di adesso.
In questa F.1 Michele è diventato un campione. Aveva la reputazione di duro, in Austria con Senna fece a ruotate sino al limite dellla ragionevolezza. Tante volte ha corso con mezzi inferiori, inadeguati, ma non si è mai arreso, anche quando il buonsenso lo avrebbe consigliato.
Tra i tanti risultati, ricordava sempre con grande piacere, il podio in Messico con la Tyrell, dopo la fine dell'esperienza con la Ferrari. Sapeva di avere ancora tanto da dare, aveva vissuto con grande sofferenza l'appiedamento subito da Tyrell per fare posto ad Alesi, e le ultime gare dell'89, con la poco competitiva Larrousse. Poi c'è stata l'Arrows, tre anni in cui ha offerto grandi prestazioni, non tenute in considerazione da chi conta. Si parlò anche di un suo ritorno a Maranello, e il fatto di esser escluso dai grandi team, lo deluse. Sperava nella competitività del motore Porsche in F.1, e la mancanza di prestazioni, finì per travolgerlo, così come tutto il team Footwork. Gli ultimi due anni passati alla Scuderia Italia e alla Minardi furono solo tempo perso. Ci disse : "se il mio obiettivo è quello di lottare con Badoer, allora è meglio smettere". E così fece, cercando di ricominciare la carriera negli Usa dopo una breve parentesi nel Dtm. La F.1 ormai, non faceva più parte della sua vita.

Articolo apparso sul numero 18 - anno XLI - 1/7 Maggio 2001 di AutoSprint.